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Il non cibo “mangia” la bellezza dei centri storici – Progetto Borgodifiume.it
Dalla produzione al consumo il cibo influenza tuttoLa carbonara ormai il piatto più iconico della cucina italiana, piatto divisivo: a frittata o cremosa?
Dalla produzione al consumo il cibo influenza tutto.
Secondo le proiezioni ONU nel 2050 due persone su tre vivranno in città dove sarà consumato l’80% del cibo: una pressione demografica che avrà un impatto ambientale devastante. Secondo i dati della FAO ogni anno si perde o viene sprecato un terzo del cibo all’interno della filiera alimentare, generando costi ambientali (per lo smaltimento), economici e sociali. Un quarto delle emissioni umane è causato dalla cattiva gestione dei rifiuti organici, un volume che crescerà fino al 70% nei paesi in via di sviluppo, ragione per cui sono indifferibili politiche di prevenzione e azioni per la riduzione degli sprechi.
In queste megalopoli, dove è scontato l’incremento della povertà, aumenteranno i “deserti alimentari” (aree urbane dove la mancanza di negozi, mercati o supermercati impedisce l’acquisto di prodotti freschi di qualità a prezzi accessibili) e le “paludi alimentari” (aree urbane ad alta concentrazione di fast food e junk food). La conseguenza è la crescita delle malattie non trasmissibili – come sovrappeso, obesità, diabete, ipertensione, malattie cardiovascolari – che causano il 60% dei decessi a livello globale.
Cibo e città sono  intimamente interconnessi e gli spazi (urbani) dedicati al cibo rappresentano solo dei semplici luoghi non  di produzione bensì solo di  consumo.
La produzione di cibo è del territorio dove è possibile riorganizzare le filiere agro-alimentari su base locale, nell’ottica di un progressivo riavvicinamento della città al territorio. Si tratta di un filone che, partendo da premesse di carattere ecologico sul metabolismo dei sistemi urbani, si è poi focalizzato sul ruolo giocato dalle pratiche dal basso e dalle politiche nella riorganizzazione – funzionale e spaziale – delle relazioni tra cibo e città verso una maggiore sostenibilità ambientale e sociale: in diversi contesti urbani nel mondo, la diffusione di pratiche locali spontanee e insorgenti (quali l’agricoltura urbana, i gruppi di acquisto, le reti alimentari alternative, ecc.), da un lato, e di progetti e politiche urbane più o meno istituzionalizzate; dall’altro lato queste pratiche sono state lette, analizzate e promosse come un segnale di una progressiva acquisizione di consapevolezza rispetto al ruolo delle città nella transizione verso sistemi del cibo più sostenibili, sia in senso ambientale sia sociale ed economico (Morgan, 2010; Morgan e Sonnino, 2010; Sonnino,
2016
Il cibo diventato merce o semplicemente non cibo, quello ultrasformato , ultraprocessato, nei centri storici ha il suo palcoscenico. E qui che il cibo globale divora il cibo locale. Il cibo identitario e’ fatto di luoghi, di mercati, di alimentari, non certo il cibo che troviamo nei nostri centri storici. Il cibo “ mangia” la bellezza, i centri storici sono assediati dal food che divora tutto ed espelle residenti.  La quasi sola “mangiatoia” “ pappatoia” o mangificio dei centri storici è il segnale che in Italia si mangi male e che i centri storici sono diventati dei “ turistifici” senza alcun decoro da cui vengono espulsi i residenti. Il non cibo occupa piazze e divora antiche botteghe e i luoghi pieni di arte, fascino e bellezza. Da tempo il termine mangificio comincia a essere associato a tutte quelle città italiane che presentano lo stesso problema. In questo caso il termine ha quasi valore collettivo, riferendosi a uno spazio in cui la consumazione di cibo avviene in maniera diffusa in più punti; ma in questi anni e ancor oggi non ha perso il significato con cui nasce, ossia quello di ristorante o locale che fornisce cibo preparato e servito secondo modalità seriali e industriali. La vera cassa di risonanza per il termine, nelle due accezioni, è rappresentata dai social network, in particolare Twitter/X, in cui gli utenti spesso usano termini con connotazioni ironiche e/o spregiative,
Il centro storico della città e anche dei borghi è stravolto dal turismo di massa, in particolare da un diffuso disinteresse per gli aspetti storico-artistici e da una crescente attenzione per l’offerta e la consumazione sfrenata e massificata di cibo, per lo più scadente se no spazzatura. Nei nostri centri storici e nelle località balneari si è verificata una crescita esponenziale dell’offerta di cibo destinata al turismo di massa; con ristoranti o locali che preparano e servono cibi investendo sulla quantità, a discapito della qualità del cibo, delle preparazioni e del servizio; il cibo è preparato secondo modalità’ industriali, seriali in luoghi che sembrano mense aziendali con tavoli appiccicati. I turisti affamati sono sistemati alla men peggio e ingurgitano di tutto. La bellezza delle nostre piazze è stravolta da mangiatoie aperte dal mattino a notte inoltrata con colazioni, brunch, pranzi, aperitivi, spuntini, pizze al taglio, apericena, cene, dopo cene.
I centri storici sono un apparato digerente esteso composto da locali vari, fast food, kebab, gelaterie, pizza al taglio, pseudo trattorie ,pizzerie, hostarie, ristoranti… ed a notte: rifiuti fatti da bottiglie di birra, bicchieri di plastica resti di cibo in cui di notte diventano mensa per topi,Mc Donald, sushi, con tavolini, pedane, di rado con gazebo curati, con dehors con fungoni, cassonetti nelle vicinanze, fioriere e coperture di plastica, pedoni che fanno fatica a camminare o fanno lo slalom, per non parlare delle carrozzine impossibilitate a passare.
Non sembra esserci volontà di difendere il commercio di vicinato e gli esercizi storici anche fuori dal centro non si contrasta l’insediamento di attività come gastronomie etniche, fast food, grandi catene, attività della ristorazione e somministrazione in aree caratterizzate da un tessuto commerciale e artigianale di qualità e diversificato. Uno stop ai trasferimenti di attività alimentari e di somministrazione  è necessario, le nuove licenze devono essere congelate. Ebbene, non è più accettabile che il cuore della memoria di una città, diventi una mangiatoia la mano pubblica dovrebbe intervenire più radicalmente per promuovere la rigenerazione dei centri storici, frenando la gentrificazione e valorizzando il patrimonio culturale e artigianale.
Come per le auto anche nei centri storici sarebbe quindi salvifica una maggiore attenzione all’estetica e alla bellezza, se proprio ci si volesse impegnare in attività di regolamentazione. Sarebbe difatti importante, per la mano pubblica, rileggere il terzo comma dell’articolo 41 della Costituzione, che auspica, per alcuni casi, un’attività economica coordinata a fini sociali. Ad esempio, si potrebbero acquistare o mettere a disposizione locali commerciali dei centri storici, per sottrarli alle catene dei marchi globalizzati e soprattutto alla tendenza di mangiare e bere ogni dieci metri. A Roma, interi quartieri sono stati invasi da tavolini e pedane. Dove? Sui posti per i parcheggi ovviamente, o comunque dove possibile. Solo i parcheggi per disabili sono stati risparmiati. Intere strade sono state occupate per permettere alle persone di mangiare fuori. Anche sotto le finestre di case di privati. Ovunque e senza limiti. Ma qual è il modello che vogliamo? Lo stesso di prima? Il turismo insostenibile? La ristorazione selvaggia che nei centri storici ha come obiettivo principale spennare i turisti? Il famoso modello Disney, con i palazzi trasformate in b&b e i residenti che se ne vanno? E comunque i ristoratori non sono tutti uguali: perché non fare distinzioni? Ma poi ci servono davvero tutti quei ristoranti? Non si potevano aiutare alcune categorie a modificare la loro offerta? Purtroppo quel modello di turismo completamente deregolato non è quello che ci traghetta nel futuro. Prima della pandemia si lottava tavolino per tavolino per tutelare decoro e legalità. La battaglia contro il contro tavolino selvaggio era sfiancante e spesso fallimentare. Un “mangificio” dove si susseguono attivita’ a volte anche volgari dedite alla somministrazione di alimenti e bevande nello spazio di poche decine di metri. I visitatori i viaggiatori non sono i vacanzieri, e non si inoltreranno in un centro storico senza alcun fascino. Loro cercano la magia delle viuzze, vogliono perdersi nelle stradine, indugiare negli spazi, vogliono ammirare le facciate dei palazzi, vogliono passeggiare senza l’ingombro delle auto parcheggiate e il rumore fastidioso della musica ad alto volume, vogliono trovare luoghi di ristoro tranquilli e accoglienti. La rivalutazione e la valorizzazione non può  passare attraverso il pensiero unico delle attività del food and beverage e dei B&B, richiederebbe sforzi di immaginazione, richiederebbe una visione, richiederebbe attività calibrate e in linea con il genius loci,  richiederebbe un dialogo costante con gli abitanti. Nel centro storico di Firenze c’è un bar o un ristorante ogni 31 abitanti. Se per mangiare una fetta di pizza al taglio o un panino c’è l’imbarazzo della scelta, è invece sempre più difficile comprare il pane, il latte o le uova. Con i forni e i pizzicagnoli che chiudono e con i residenti costretti ad andare al supermercato non solo per la spesa, ma per qualsiasi minima necessità .In parallelo questo fenomeno, si assiste anche alla progressiva concentrazione del mangificio in un’area sempre più ristretta del centro storico, quella più frequentata dai turisti: le nuove attività comprano licenze da realtà che chiudono, spostandole in un cerchio sempre più limitato. E spesso si lasciano alle spalle una saracinesca abbassata.

Saracinesche che si alza con un supermatico ricco di bi pronti confezionati da consumare in ufficio , a casa, in camera nei turistificio o dietro ad una scrivania. Magari aprono al posto di un cinema o di un fwrramenta o di una bottega storica. Tutto quello che è turistificio e mangierie gode della deregulation delle licenze.per un noncibo che fa male alle tasche perchè ha scarso valore nutrizionale, fa male alla salute fa male all’ambiente e sporca troppi imballaggi da smaltire.in contenitori di plastica usa e getta rendendoci tutti più tristi.sia chi ingurcita tutto questo noncibo sia chi è spettatore di questo degrado civile e sociale dei centri storici.
Nei centri storici mancheranno sempre di più librerie e trattorie, dove mangiare gli spaghetti al pomodoro. Già mancano molte botteghe, gli artigiani sono in fuga. A Roma una volte c’erano gli alimentari, i forni, i pizzicagnoli, i mercati rionali, i fabbri, i calzolai, i tappezzieri, gli orafi. L’artigianato romano è quasi scomparso sopraffatto da movida, negozi di souvenir, turismo mordi e fuggi. Resistono solo drogherie e alimentari se diventano locali gourmet con ristorazione.